http://www.interlex.it/regole/alcei25.htm
http://www.alcei.it/index.php/archives/108
http://punto-informatico.it/p.aspx?i=1414276
http://www.luogocomune.net/site/modules/news/article.php?storyid=1690
http://www.alongo.it/?p=141
Peggiorata una pessima legge
Comunicato ALCEI - 13.02.06
Ancora norme incivili con il pretesto della "protezione di minori"
Il 23 gennaio 2006 il Parlamento ha approvato definitivamente la modifica alla sciagurata legge 269/98 (che, con la scusa della tutela dei minori, stabiliva inaccettabili estensioni dei poteri di polizia, come per esempio la possibilità dello spaccio di pornografia di Stato).
Le "Disposizioni in materia di lotta contro lo sfruttamento sessuale dei bambini e la pedopornografia anche a mezzo internet" (questo il nome della legge) aggiungono altra "barbarie legale" allo stato di fatto e riducono ulteriormente i confini dell'applicabilità dei principi di civiltà del diritto e di libertà fondamentali del cittadino.
L'articolo 4 della legge introduce il reato di "pornografia virtuale" definita come "immagini virtuali realizzate utilizzando immagini di minori degli anni diciotto, non associate in tutto in parte a situazioni reali, la cui qualità di rappresentazione fa apparire come vere situazioni non reali". La vaghezza dei concetti espressi nella norma (la cui definizione implicherebbe serie considerazioni di tipo filosofico, e di notevole rilevanza pratica, sul significato di alcuni concetti) si presta a interpretazioni strumentali e discrezionali che vanno a incidere addirittura sul condizionamento del pensiero.
L'articolo 14 bis istituisce l'ennesimo Centro nazionale, questa volta per il "contrasto della pedopornografia sulla rete INTERNET" (il maiuscolo è nel testo della legge). Che serve a raccogliere, catalogare e verificare le segnalazioni dei siti "incriminati", i gestori e i beneficiari dei pagamenti.
La norma sopra citata "fa il paio" con nuovi obblighi dei provider che vengono - di fatto e di diritto - trasformati in veri e propri "poliziotti" con obblighi di controllo e segnalazione.
I provider sono obbligati a:
- segnalare al centro nazionale, qualora ne vengano a conoscenza, le imprese o i soggetti che diffondono, distribuiscono o fanno commercio, anche in via telematica, di materiale pedopornografico, nonché a comunicare senza indugio al Centro, che ne faccia richiesta, ogni informazione relativa ai contratti con tali imprese o soggetti;
- conservare per almeno 45 giorni il materiale oggetto della segnalazione
- pagare una multa salata in caso di mancata segnalazione;
- adottare i filtri decisi dal ministero delle comunicazioni e dalle associazioni dei provider;
- pagare una multa salata per mancata adozione dei filtri
Inoltre, è fatto obbligo ai gestori di sistemi di pagamento di segnalare alle banche o agli uffici postali l'uso di sistemi di pagamento per l'acquisto di materiale pedopornografico, al fine di convocare il cliente a fornire chiarimenti.
In sintesi, quindi, questa inqualificabile normativa:
- Sposta l'applicazione della sanzione dalla detenzione e diffusione di immagini reali prodotte vessando i minori, a ipotesi estremamente vaghe in cui le immagini possono essere anche artificiali e non presuppongono l'impiego di immagini a sfondo sessuale (per cui è punita anche l'elaborazione grafica di un disegno o di una foto "normale"). Con il chiaro intento di sanzionare penalmente ANCHE disfunzioni patologiche meritevoli di trattamento psichiatrico e non di sanzioni penali (come era da sempre stato nel codice penale, che punisce fatti e non malattie).
- Istituisce un Moloch (il centro nazionale antipedopornografia) che al di fuori di ogni controllo della magistratura esegue attività di indagine, segnalazione, ed è destinatario di una impressionante mole di informazioni sulle attività di imprese e cittadini, oltre ad avere il potere di segnalare a istituti di credito e poste italiane gli usi degli strumenti di pagamento finalizzati all'acquisto di materiale pedopornografico (e non si capisce come lo possa fare senza "entrare nel merito" delle transazioni - cioè sfruttando intercettazioni o altri sistemi intrusivi).
- Obbliga i provider - a pena di pesanti sanzioni - a usare filtri di Stato, controllare, spiare e denunciare le attività dei propri clienti.
È evidente che la (finta) tutela dei minori - come l'abusato pretesto della "lotta al terrorismo" -sono, ancora una volta, "cavalli di troia" per raggiungere tutt'altri obiettivi. Stabiliti questi princìpi, è ora facilissimo estenderli anche ad altri ambiti variamente repressivi e liberticidi, come il diritto d'autore, la manifestazione di opinioni scomode o la lotta politica - con le conseguenze che è facile immaginare.
Giova ripetere, come in ogni altra considerazione riguardante questo genere di norme, che si tratta di provvedimenti inutili e inefficaci nella prevenzione e repressione di attività criminali, mentre si approfitta dello sdegno, paura e turbanento suscitati dal maltrattamento e sfruttamento dei bambini, o dalle aggressioni terroristiche, per aprire pericolosi percorsi di invadenza e repressione delle libertà civili.
Così come è desolante constatare, anche questa volta, che i parlamentari e i mezzi di informazione - per non occuparsi di un tema "scomodo" o non rischiare di essere stupidamente o strumentalmente etichettati come "amici dei pervertiti" - abbiano lasciato commettere l'ennesimo liberticidio, aggravato dall'essere (strumentalmente) perpetrato in nome della protezione di soggetti che, in realtà, di ben altra tutela avrebbero bisogno.
raccolta di collegamenti e qualche appunto su questioni di diritto dell'informatica, sicurezza, morale...
giovedì 24 aprile 2008
Messori: "Il problema? Troppi gay in seminario"
http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cronache/200708articoli/24635girata.asp
GIACOMO GALEAZZI
ROMA
Vittorio Messori, lei è coautore di Karol Wojtyla e Joseph Ratzinger: qual è, da ascoltato frequentatore dei Sacri Palazzi, la sua idea sugli scandali sessuali nella Chiesa dopo gli ultimi casi giudiziari di don Gelmini e dei sacerdoti ricattati a Torino? «Un uomo di Chiesa fa del bene e talvolta cade in tentazione? E allora? Se fosse così per don Pierino Gelmini, se ogni tanto avesse toccato qualche ragazzo ma di questi ragazzi ne avesse salvati migliaia, e allora? La Chiesa ha beatificato un prete denunciato a ripetizione perché ai giardini pubblici si mostrava nudo alle mamme. Queste storie sono il riconoscimento della debolezza umana che fa parte della grandezza del Vangelo. Gesù dice di non essere venuto per i sani, ma per i peccatori. E’ il realismo della Chiesa: c’è chi non si sa fermare davanti agli spaghetti all’amatriciana, chi non sa esimersi dal fare il puttaniere e chi, senza averlo cercato, ha pulsioni omosessuali. E poi su quali basi la giustizia umana santifica l’omosessualità e demonizza la pedofilia? Chi stabilisce la norma e la soglia d’età?»
La Chiesa non controlla più i sacerdoti?
«Nessuno osa più comandare, si pretende dalla Chiesa il dialogo invece della disciplina. Ci si scandalizza del sacerdote molestatore, poi però il vescovo diventa un odioso despota se nega l’ingresso in seminario ad un gay. Ci si indigna dei peccati dei sacerdoti ma se l’autorità ecclesiastica cerca di imporre le regole scoppia il finimondo e si grida alla repressione, all’autoritarismo, alla discriminazione. Casi come quelli esplosi in questi giorni, la Chiesa li ha sempre ricondotti sotto il proprio controllo. Ma oggi il “vietato vietare” le proibisce di esigere disciplina al suo interno. La Chiesa ha sempre saputo che seminari e monasteri attirano omosessuali. Prima era molto attenta a porre barriere all’ingresso e a sorvegliare la formazione. Chi dimostrava tendenze gay veniva messo fuori. Poi il no alla discriminazione ha permesso l’ingresso in forze degli omosessuali e ora la Chiesa paga quell’imprudenza».
I suoi sostenitori definiscono don Gelmini un «santo»
«Non entro nel caso giudiziario, però è indubbio che nella storia della Chiesa una sessualità disordinata ha potuto convivere agevolmente con la santità. Sono legato al segreto richiesto dai Postulatori, ma potrei fare nomi celebri. Il fondatore di molte istituzioni caritative in Europa è stato proclamato Beato nonostante le turbe sessuali che per un istinto incoercibile lo spingevano a compiere atti osceni in luogo pubblico. Non mi scandalizzo, penso ai drammi umani che ci sono dietro. San Giovanni Calabria era un benefattore dell’umanità, ma è stato sottoposto a sette elettroshock: da psicopatico grave, da manicomio».
Perché scoppiano adesso questi scandali?
«In America è stata assolta la maggior parte delle diocesi che invece di patteggiare hanno tenuto duro e sono arrivate in giudizio. Però è innegabile che oggi nella Chiesa la castità fa problema. Sul piano umano è disumana. Si resta casti solo se si ha fede salda, fiducia nella vita eterna. Il deficit non organizzativo, ma di fede. E non si risolve abolendo il celibato ecclesiastico perché l’80% sono casi gay. Deviazioni sessuali di preti che mettono le mani addosso agli uomini e ai ragazzini. La caduta della fede e la rivoluzione sessuale accrescono il problema. Chi è causa del suo mal pianga se stesso: sono stati eliminati i controlli per ammettere in seminario pure gli effeminati il cui sogno era stare in mezzo agli uomini».
Le comunità antidroga sono terra di nessuno?
«La Chiesa deve tappare i buchi della società laica. I preti antidroga nessuno li controlla, sfuggono alla sorveglianza dei vescovi e dei superiori perché diventano superstar, con i rispettivi supporter politici. E così c’è lo schieramento dei buoni samaritani di destra e di quelli di sinistra, don Ciotti contro don Gelmini. I preti di Torino sono finiti nella rete dell’estorsione perché si è inventato il concetto ipocrita di pedofilia. Così un ricattatore senza arte né parte campa con la minaccia di far esplodere uno scandalo. Una volta ricattavano i notai con l’amante, oggi la categoria più esposta è il prete gay».
Un business, come dice Bertone?
«Sì. Negli Usa gli avvocati mettono cartelli per strada: “Vuoi diventare milionario? Manda tuo figlio un anno in seminario e poi passa da noi”. Le diocesi sono facilmente ricattabili, preferiscono pagare anche se innocenti. Temono un danno d’immagine. E l’inquinamento riguarda anche noi. Il politicamente corretto sta prendendo campo anche nel cattolicesimo italiano. E i risultati si vedono, purtroppo».
GIACOMO GALEAZZI
ROMA
Vittorio Messori, lei è coautore di Karol Wojtyla e Joseph Ratzinger: qual è, da ascoltato frequentatore dei Sacri Palazzi, la sua idea sugli scandali sessuali nella Chiesa dopo gli ultimi casi giudiziari di don Gelmini e dei sacerdoti ricattati a Torino? «Un uomo di Chiesa fa del bene e talvolta cade in tentazione? E allora? Se fosse così per don Pierino Gelmini, se ogni tanto avesse toccato qualche ragazzo ma di questi ragazzi ne avesse salvati migliaia, e allora? La Chiesa ha beatificato un prete denunciato a ripetizione perché ai giardini pubblici si mostrava nudo alle mamme. Queste storie sono il riconoscimento della debolezza umana che fa parte della grandezza del Vangelo. Gesù dice di non essere venuto per i sani, ma per i peccatori. E’ il realismo della Chiesa: c’è chi non si sa fermare davanti agli spaghetti all’amatriciana, chi non sa esimersi dal fare il puttaniere e chi, senza averlo cercato, ha pulsioni omosessuali. E poi su quali basi la giustizia umana santifica l’omosessualità e demonizza la pedofilia? Chi stabilisce la norma e la soglia d’età?»
La Chiesa non controlla più i sacerdoti?
«Nessuno osa più comandare, si pretende dalla Chiesa il dialogo invece della disciplina. Ci si scandalizza del sacerdote molestatore, poi però il vescovo diventa un odioso despota se nega l’ingresso in seminario ad un gay. Ci si indigna dei peccati dei sacerdoti ma se l’autorità ecclesiastica cerca di imporre le regole scoppia il finimondo e si grida alla repressione, all’autoritarismo, alla discriminazione. Casi come quelli esplosi in questi giorni, la Chiesa li ha sempre ricondotti sotto il proprio controllo. Ma oggi il “vietato vietare” le proibisce di esigere disciplina al suo interno. La Chiesa ha sempre saputo che seminari e monasteri attirano omosessuali. Prima era molto attenta a porre barriere all’ingresso e a sorvegliare la formazione. Chi dimostrava tendenze gay veniva messo fuori. Poi il no alla discriminazione ha permesso l’ingresso in forze degli omosessuali e ora la Chiesa paga quell’imprudenza».
I suoi sostenitori definiscono don Gelmini un «santo»
«Non entro nel caso giudiziario, però è indubbio che nella storia della Chiesa una sessualità disordinata ha potuto convivere agevolmente con la santità. Sono legato al segreto richiesto dai Postulatori, ma potrei fare nomi celebri. Il fondatore di molte istituzioni caritative in Europa è stato proclamato Beato nonostante le turbe sessuali che per un istinto incoercibile lo spingevano a compiere atti osceni in luogo pubblico. Non mi scandalizzo, penso ai drammi umani che ci sono dietro. San Giovanni Calabria era un benefattore dell’umanità, ma è stato sottoposto a sette elettroshock: da psicopatico grave, da manicomio».
Perché scoppiano adesso questi scandali?
«In America è stata assolta la maggior parte delle diocesi che invece di patteggiare hanno tenuto duro e sono arrivate in giudizio. Però è innegabile che oggi nella Chiesa la castità fa problema. Sul piano umano è disumana. Si resta casti solo se si ha fede salda, fiducia nella vita eterna. Il deficit non organizzativo, ma di fede. E non si risolve abolendo il celibato ecclesiastico perché l’80% sono casi gay. Deviazioni sessuali di preti che mettono le mani addosso agli uomini e ai ragazzini. La caduta della fede e la rivoluzione sessuale accrescono il problema. Chi è causa del suo mal pianga se stesso: sono stati eliminati i controlli per ammettere in seminario pure gli effeminati il cui sogno era stare in mezzo agli uomini».
Le comunità antidroga sono terra di nessuno?
«La Chiesa deve tappare i buchi della società laica. I preti antidroga nessuno li controlla, sfuggono alla sorveglianza dei vescovi e dei superiori perché diventano superstar, con i rispettivi supporter politici. E così c’è lo schieramento dei buoni samaritani di destra e di quelli di sinistra, don Ciotti contro don Gelmini. I preti di Torino sono finiti nella rete dell’estorsione perché si è inventato il concetto ipocrita di pedofilia. Così un ricattatore senza arte né parte campa con la minaccia di far esplodere uno scandalo. Una volta ricattavano i notai con l’amante, oggi la categoria più esposta è il prete gay».
Un business, come dice Bertone?
«Sì. Negli Usa gli avvocati mettono cartelli per strada: “Vuoi diventare milionario? Manda tuo figlio un anno in seminario e poi passa da noi”. Le diocesi sono facilmente ricattabili, preferiscono pagare anche se innocenti. Temono un danno d’immagine. E l’inquinamento riguarda anche noi. Il politicamente corretto sta prendendo campo anche nel cattolicesimo italiano. E i risultati si vedono, purtroppo».
Sottratti ai genitori per un disegno
http://www.corriere.it/cronache/08_aprile_22/bimbi_sottratti_genitori_disegno_rapporti_sessuali_dc07a080-102f-11dd-8bce-00144f486ba6.shtml?fr=box_primopiano
MILANO — La maestra porge il foglio alla donna. «Guardi cosa ha fatto sua figlia». Il disegno ritrae una bimba accovacciata su un ragazzino. Sopra, la scritta: «Giorgia tutte le domeniche fa sesso con suo fratello, per 10 euro. A lei piace». La mamma osserva, poi dice tranquilla: «Non è la grafia di Giorgia». La piccola, 9 anni, conferma: «Macché, quello l'ha fatto la mia compagna per farmi dispetto, perché ho i dentoni e sono povera».
Pochi giorni dopo, i servizi sociali di Basiglio, ricchissimo Comune a sud di Milano, prelevano i fratellini dalla casa dei genitori e li sistemano in due comunità protette. È il 14 marzo. Giovanni, il più grande, in quel momento sta festeggiando il suo tredicesimo compleanno. È da 40 giorni che Giorgia e Giovanni (nomi di fantasia) non tornano a casa. Una famiglia spezzata. «Siamo distrutti, sconvolti», dice il padre. «Ce li hanno portati via senza dire niente, senza una spiegazione». Il giudice del Tribunale per i minorenni ha deciso così. Anche se, scrive, «esistono rilevanti elementi di perplessità». Perché fin da subito è stato chiaro che in questa storia, ambientata nel Comune con il più alto reddito pro-capite d'Italia, sono in gioco tanti fattori. «A partire da una buona dose di pregiudizio e di classismo».
A spiegarlo è Antonello Martinez, l'avvocato che da oltre un mese sta combattendo per restituire i fratellini ai genitori: «I figli di due persone umili non sono visti di buon occhio. Anche la scuola si è schierata contro di loro. È bastato un sospetto». Un sospetto tante volte smentito dai protagonisti della vicenda. Il ragazzino, piangendo: «Io non ho fatto niente a mia sorella, non me lo permetterei mai». I genitori: «Il sabato e la domenica non li lasciamo soli un attimo». La piccola: «Io quel disegno non l'ho fatto». Anche la scrittura di Giorgia, confrontata con quella del foglio incriminato, confermerebbe la sua estraneità ai fatti. È lo stesso giudice a spiegarlo: «Non si può escludere che i disegni siano stati fatti solo in parte dalla bambina o addirittura che non ne abbia fatti». Tanti tasselli che vanno in un'unica direzione:
Giorgia sarebbe solo vittima di un crudele atto di bullismo. «Eppure li tengono ancora lì», scuote la testa l'avvocato Martinez, che a Basiglio ci abita e non accetta la decisione del Comune. «L'articolo 403 del codice civile fa riferimento a minori allevati da persone che "per negligenza, immoralità, ignoranza" siano "incapaci di provvedere alla loro educazione". Non ci sono gli estremi per un intervento del genere». Colloqui individuali, perizie, lacrime. E una famiglia divisa. Da oltre un mese.
Lo scorso venerdì il Tribunale per i minorenni di Milano ha confermato l'allontanamento cautelare dei bambini. La relazione del giudice: «Il maschio non ha mai dato problemi, ma ha importanti carenze in ambito scolastico, a conferma di una scarsa capacità dei genitori di seguirlo». Ed è a questo punto che Martinez sbotta: «E allora tutti i ragazzini che vanno male a scuola sono da chiudere in una casa protetta?». Niente da fare. Non torneranno. Non subito. Il decreto dice che è per il loro bene: «Se si tratta di falsa denuncia, il reinserirli senza spiegazioni con un dubbio così grave non risolto, potrebbe avere effetti traumatici». L'attacco dell'avvocato: «E invece tenerli lontani dai loro genitori li fa star bene?. È un'ingiustizia, un'assurda beffa». Entro pochi giorni Martinez presenterà un reclamo contro il provvedimento del Tribunale. «Mi sembra di combattere contro i mulini a vento», dice. A Basiglio, l'altro giorno, alcune mamme commentavano il fatto così: «Finalmente abbiamo bonificato la scuola dalle piattole». Il giudice «Non si può escludere che i disegni siano stati fatti solo in parte dalla bambina o che non ne abbia fatti»
Annachiara Sacchi
22 aprile 2008
MILANO — La maestra porge il foglio alla donna. «Guardi cosa ha fatto sua figlia». Il disegno ritrae una bimba accovacciata su un ragazzino. Sopra, la scritta: «Giorgia tutte le domeniche fa sesso con suo fratello, per 10 euro. A lei piace». La mamma osserva, poi dice tranquilla: «Non è la grafia di Giorgia». La piccola, 9 anni, conferma: «Macché, quello l'ha fatto la mia compagna per farmi dispetto, perché ho i dentoni e sono povera».
Pochi giorni dopo, i servizi sociali di Basiglio, ricchissimo Comune a sud di Milano, prelevano i fratellini dalla casa dei genitori e li sistemano in due comunità protette. È il 14 marzo. Giovanni, il più grande, in quel momento sta festeggiando il suo tredicesimo compleanno. È da 40 giorni che Giorgia e Giovanni (nomi di fantasia) non tornano a casa. Una famiglia spezzata. «Siamo distrutti, sconvolti», dice il padre. «Ce li hanno portati via senza dire niente, senza una spiegazione». Il giudice del Tribunale per i minorenni ha deciso così. Anche se, scrive, «esistono rilevanti elementi di perplessità». Perché fin da subito è stato chiaro che in questa storia, ambientata nel Comune con il più alto reddito pro-capite d'Italia, sono in gioco tanti fattori. «A partire da una buona dose di pregiudizio e di classismo».
A spiegarlo è Antonello Martinez, l'avvocato che da oltre un mese sta combattendo per restituire i fratellini ai genitori: «I figli di due persone umili non sono visti di buon occhio. Anche la scuola si è schierata contro di loro. È bastato un sospetto». Un sospetto tante volte smentito dai protagonisti della vicenda. Il ragazzino, piangendo: «Io non ho fatto niente a mia sorella, non me lo permetterei mai». I genitori: «Il sabato e la domenica non li lasciamo soli un attimo». La piccola: «Io quel disegno non l'ho fatto». Anche la scrittura di Giorgia, confrontata con quella del foglio incriminato, confermerebbe la sua estraneità ai fatti. È lo stesso giudice a spiegarlo: «Non si può escludere che i disegni siano stati fatti solo in parte dalla bambina o addirittura che non ne abbia fatti». Tanti tasselli che vanno in un'unica direzione:
Giorgia sarebbe solo vittima di un crudele atto di bullismo. «Eppure li tengono ancora lì», scuote la testa l'avvocato Martinez, che a Basiglio ci abita e non accetta la decisione del Comune. «L'articolo 403 del codice civile fa riferimento a minori allevati da persone che "per negligenza, immoralità, ignoranza" siano "incapaci di provvedere alla loro educazione". Non ci sono gli estremi per un intervento del genere». Colloqui individuali, perizie, lacrime. E una famiglia divisa. Da oltre un mese.
Lo scorso venerdì il Tribunale per i minorenni di Milano ha confermato l'allontanamento cautelare dei bambini. La relazione del giudice: «Il maschio non ha mai dato problemi, ma ha importanti carenze in ambito scolastico, a conferma di una scarsa capacità dei genitori di seguirlo». Ed è a questo punto che Martinez sbotta: «E allora tutti i ragazzini che vanno male a scuola sono da chiudere in una casa protetta?». Niente da fare. Non torneranno. Non subito. Il decreto dice che è per il loro bene: «Se si tratta di falsa denuncia, il reinserirli senza spiegazioni con un dubbio così grave non risolto, potrebbe avere effetti traumatici». L'attacco dell'avvocato: «E invece tenerli lontani dai loro genitori li fa star bene?. È un'ingiustizia, un'assurda beffa». Entro pochi giorni Martinez presenterà un reclamo contro il provvedimento del Tribunale. «Mi sembra di combattere contro i mulini a vento», dice. A Basiglio, l'altro giorno, alcune mamme commentavano il fatto così: «Finalmente abbiamo bonificato la scuola dalle piattole». Il giudice «Non si può escludere che i disegni siano stati fatti solo in parte dalla bambina o che non ne abbia fatti»
Annachiara Sacchi
22 aprile 2008
Non è preferibile una libertà "rischiosa" ad una censura "rassicurante"?
http://www.sdz.aiap.it/notizie/4938
http://www.sdz.aiap.it/notizie/4936
http://sdz.aiap.it/notizie/6430
http://www.sdz.aiap.it/notizie/4936
http://sdz.aiap.it/notizie/6430
Pedofilia virtuale è pedofilia!
http://www.pivari.com/2007/05/10/pedofilia-virtuale-e-pedofilia/
(maggio 2007) Gli investigatori stanno investigando sulla base di un servizio di una TV tedesca (Report Mainz il nome del programma) riguardante gruppi e membri SL che pagarebbero per sesso virtuale con ragazzi.
E’ ovvio che stiamo parlando di pedofilia virtuale dove non sappiamo la vera identità dell’avatar bambino (ne dell’avatar adulto).
E’ comunque un fenomeno morboso da tenere sotto controllo, inoltre per la legge tedesca il possesso di pornografia con minori “virtuali” è punibile fino a tre anni!
L’intero articolo da BBC News:
http://news.bbc.co.uk/1/hi/technology/6638331.stm
(maggio 2007) Gli investigatori stanno investigando sulla base di un servizio di una TV tedesca (Report Mainz il nome del programma) riguardante gruppi e membri SL che pagarebbero per sesso virtuale con ragazzi.
E’ ovvio che stiamo parlando di pedofilia virtuale dove non sappiamo la vera identità dell’avatar bambino (ne dell’avatar adulto).
E’ comunque un fenomeno morboso da tenere sotto controllo, inoltre per la legge tedesca il possesso di pornografia con minori “virtuali” è punibile fino a tre anni!
L’intero articolo da BBC News:
http://news.bbc.co.uk/1/hi/technology/6638331.stm
CANADA – Decisioni della Corte suprema sul concetto di buon costume
http://www.unisi.it/dipec/palomar/024_2006.html#canada1
(gennaio 2006) La Corte suprema nelle decisioni R. c. Labaye ed R. c. Kouri ha innovato la giurisprudenza precedente sul concetto di buon costume ed ha enucleato nuovi criteri per l’individuazione di tale fattispecie. Le due sentenze hanno ad oggetto lo stesso tema. In entrambi i casi nei giudizi di primo grado gli imputati sono stati condannati ai sensi dell’articolo 210 del code criminel poiché gestivano case d’appuntamento al cui interno si praticava sesso libero e scambi di coppia. La Corte d’appello del Québec nella vicenda R. c. Labaye ha confermato la condanna dell’imputato, mentre ha prosciolto l’altro accusato poiché gli atti contestati non costituivano atti contrari al buon costume secondo il codice penale. La Corte suprema, con due opinioni dissenzienti, ha applicato un test fondato su criteri oggettivi ed innovativi rispetto al passato. I giudici della Corte hanno infatti chiarito che per definire una condotta contraria al buon costume è necessario rinvenire due elementi: 1) l’esistenza di un danno che rechi pregiudizio alle persone ed ai valori della società canadese riconosciuti nella Costituzione ed in particolare a) lesione dell’autonomia e della libertà di una persona; b) incitamento ad assumere una condotta antisociale; c) causa di un danno fisico o psichico alle persone che assistono o partecipano a tale condotta; 2) il danno deve essere di una tale intensità da risultare incompatibile con il buon funzionamento della società. La Corte suprema ha quindi ritenuto non presenti nel caso specifico nessuno di questi elementi. In particolare, i giudici hanno rilevato che il pubblico ministero non è riuscito a provare che tali comportamenti abbiano recato danno alle persone ed alla società. In secondo luogo, non può dirsi realizzata una condotta antisociale in quanto gli uomini e le donne partecipanti agli scambi di coppia ed agli atti compiuti all’interno del locale erano totalmente informati e consenzienti. Infine, per quanto concerne il danno fisico e psichico alle persone con particolare riguardo al contagio di malattie trasmissibili per via sessuale, la Corte ha ritenuto che non esista un nesso né causale né concettuale fra la condotta (sessuale) ed il concetto di buon costume. Pertanto, la Corte suprema applicando i criteri sopra menzionati, ha prosciolto gli imputati ritenendo che i comportamenti loro rimproverati non hanno leso i valori della società canadese. L’opinione dissenziente dei giudici Bastarache e Lebel è risultata particolarmente interessante perché si è posta in totale opposizione con l’applicazione dei nuovi criteri. I due giudici hanno, infatti, rivendicato l’applicazione del test originario che si basava su un’analisi contestuale di tutti gli elementi e considerava il danno un elemento importante ma non decisivo ai fini della determinazione del concetto di buon costume. Infine, hanno richiamato l’attenzione sulla necessità di salvaguardare i valori canadesi sentiti dalla maggioranza della società ed hanno contestato l’adozione del criterio del danno come metro di misura del grado di tolleranza della società nei confronti di tali atti. (Giuseppe Passaniti)
(gennaio 2006) La Corte suprema nelle decisioni R. c. Labaye ed R. c. Kouri ha innovato la giurisprudenza precedente sul concetto di buon costume ed ha enucleato nuovi criteri per l’individuazione di tale fattispecie. Le due sentenze hanno ad oggetto lo stesso tema. In entrambi i casi nei giudizi di primo grado gli imputati sono stati condannati ai sensi dell’articolo 210 del code criminel poiché gestivano case d’appuntamento al cui interno si praticava sesso libero e scambi di coppia. La Corte d’appello del Québec nella vicenda R. c. Labaye ha confermato la condanna dell’imputato, mentre ha prosciolto l’altro accusato poiché gli atti contestati non costituivano atti contrari al buon costume secondo il codice penale. La Corte suprema, con due opinioni dissenzienti, ha applicato un test fondato su criteri oggettivi ed innovativi rispetto al passato. I giudici della Corte hanno infatti chiarito che per definire una condotta contraria al buon costume è necessario rinvenire due elementi: 1) l’esistenza di un danno che rechi pregiudizio alle persone ed ai valori della società canadese riconosciuti nella Costituzione ed in particolare a) lesione dell’autonomia e della libertà di una persona; b) incitamento ad assumere una condotta antisociale; c) causa di un danno fisico o psichico alle persone che assistono o partecipano a tale condotta; 2) il danno deve essere di una tale intensità da risultare incompatibile con il buon funzionamento della società. La Corte suprema ha quindi ritenuto non presenti nel caso specifico nessuno di questi elementi. In particolare, i giudici hanno rilevato che il pubblico ministero non è riuscito a provare che tali comportamenti abbiano recato danno alle persone ed alla società. In secondo luogo, non può dirsi realizzata una condotta antisociale in quanto gli uomini e le donne partecipanti agli scambi di coppia ed agli atti compiuti all’interno del locale erano totalmente informati e consenzienti. Infine, per quanto concerne il danno fisico e psichico alle persone con particolare riguardo al contagio di malattie trasmissibili per via sessuale, la Corte ha ritenuto che non esista un nesso né causale né concettuale fra la condotta (sessuale) ed il concetto di buon costume. Pertanto, la Corte suprema applicando i criteri sopra menzionati, ha prosciolto gli imputati ritenendo che i comportamenti loro rimproverati non hanno leso i valori della società canadese. L’opinione dissenziente dei giudici Bastarache e Lebel è risultata particolarmente interessante perché si è posta in totale opposizione con l’applicazione dei nuovi criteri. I due giudici hanno, infatti, rivendicato l’applicazione del test originario che si basava su un’analisi contestuale di tutti gli elementi e considerava il danno un elemento importante ma non decisivo ai fini della determinazione del concetto di buon costume. Infine, hanno richiamato l’attenzione sulla necessità di salvaguardare i valori canadesi sentiti dalla maggioranza della società ed hanno contestato l’adozione del criterio del danno come metro di misura del grado di tolleranza della società nei confronti di tali atti. (Giuseppe Passaniti)
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aprile
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